Dal punto di vista della teoria: i tentativi della Scuola di Francoforte di fusione fra Freud e Marx di Riccardo Achilli

Pubblicato il da giornaleproletariogarfagnino

Dal punto di vista della teoria: i tentativi della Scuola di Francoforte di fusione fra Freud e Marx 

 

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La Scuola di Francoforte, ed in particolare due dei suoi più eminenti membri, Herbert Marcuse ed Erich Fromm, è stata la scuola teorica che più di tutte ha lavorato per cercare punti di contatto fra marxismo e psicoanalisi freudiana, pur partendo da una radicale critica di quest'ultima, e pur all'interno di un forte spirito polemico fra tali due pensatori, che ha alimentato una critica di Marcuse nei confronti di Fromm, non del tutto giustificabile, perché motivata da un parziale fraintendimento dell'impianto teorico di quest'ultimo, e che peraltro ha anche finito per mostrare segni di implicita riconciliazione.

Entrambi partono da una critica radicale al sistema freudiano. La critica di Marcuse si appunta sulla teoria della civiltà implicita in Freud. Marcuse si chiede: il processo repressivo/di sublimazione (che come visto conduce comunque ad un adattamento alla realtà sociale attuale, ed è quindi reazionario) descritto da Freud è un fatto intrinseco alla natura di ogni società, o si tratta di un fenomeno transitorio in quanto frutto di un'organizzazione irrazionale delle forme di convivenza tra gli uomini? La risposta che Marcuse fornisce a questa domanda è in aperto contrasto con la tesi di Freud: la scarsità di beni per cui sono necessari meccanismi quali la divisione del lavoro e il differimento dei bisogni (in una parola, repressione) è frutto di una organizzazione irrazionale della società capitalista, nella quale i beni sono distribuiti in misura iniqua. Freud ha scambiato per caratteristica generale un assetto, quale quello capitalistico, specificamente dato in una fase storica precisa, che configura un dominio attuato attraverso forme di repressione, che non sono solo politiche, ma anche psicologiche. Queste ultime, in particolare, sono connesse alla sostituzione del "principio del piacere", che porta l'uomo a desiderare una piena realizzazione delle sue pulsioni libidiche, col "principio di realtà", che reprime e svia (attraverso la sublimazione) tali pulsioni libidiche, in una chiave di conservazione degli assetti sociali. In particolare, Marcuse spinge in avanti tale intuizione (che come si comprenderà, entro tali limiti, è molto simile a quella di Reich) tramite il cosiddetto "principio di prestazione": per prestazione si intende ciò che "si deve fare" a causa del proprio ruolo nella società, quindi la repressione attuata attraverso questo principio è strettamente legata alla stratificazione sociale e alla divisione del lavoro. In altre parole la prestazione è ciò che l'individuo deve fornire alla società, ed è ciò che la società si aspetta dall'individuo. Questa ulteriore repressione non avviene solamente attraverso la funzione che la persona svolge, ma è veicolata anche dalla famiglia patriarcale e dalla direzione univoca imposta alla sessualità, ovvero la genitalità, che estingue la libertà richiesta dalla pulsione libidica, ingabbiandola entro i confini della famiglia borghese, vera e propria cellula di base del sistema repressivo.

I punti di contatto con Reich sono, ovviamente, numerosi soprattutto in riferimento alla spiegazione psicologica degli assetti sistemici del capitalismo, però in Marcuse tale spiegazione assume un livello di sofisticazione maggiore. Apparentemente l'apparato produttivo ha raggiunto dimensioni tali che i desideri umani possano subire un mutamento qualitativo ed in direzione di un processo di individuazione (per dirla con Jung) sia individuale che collettivo, ma la società capitalista crea bisogni artificiali impedendo la liberazione degli individui attraverso il soddisfacimento delle pulsioni vitali, e vincolandoli ad una continua rincorsa produttiva per rispondere a tali bisogni (basati su desideri manipolati), mantenendoli quindi prigionieri dentro il sistema alienante della divisione del lavoro e del consumismo capitalista (in tal senso, Marcuse arriverà a definire “unidimensionale” l'uomo prigioniero del capitalismo, ridotto alla sola dimensione del consumatore euforico ed ottuso dalla macchina dei desideri capitalista).

Ed è proprio per questo, secondo Marcuse, che le società che si definiscono democratiche finiscono per essere intrinsecamente totalitarie. In particolare, la forma tipica di tale autoritarismo si manifesta attraverso ciò che Marcuse definisce “tolleranza repressiva”. Le libertà formalmente concesse all'individuo non sono da questi effettivamente esercitabili, poiché il sistema controlla gli strumenti attraverso i quali tali libertà dovrebbero esercitarsi, e controlla i desideri, nonché il linguaggio stesso attraverso il quale tali desideri si esprimono, appiattendo tutto sulla unidimensionalità della produzione/consumo.

Come uscire fuori da tale sistema repressivo? Tramite la funzione, per Marcuse eversiva, dell'immaginazione. In particolare, secondo il nostro, l'immaginazione, condensata nell'estetica dell'arte, consente all'uomo di rincongiungersi con il tutto, “dietro la forma estetica sta l’armonia repressa tra sensualità e ragione – l’eterna protesta contro l’organizzazione della vita da parte della logica del dominio, la critica al principio di prestazione...l’arte oppone alla repressione istituzionalizzata l’immagine dell’uomo come soggetto libero. Ma in condizioni di non-libertà, l’arte può sostenere l’immagine della libertà soltanto nella negazione della non-libertà. Da quando si destò la coscienza della libertà, non esiste opera d’arte genuina che non riveli questo contenuto archetipico: la negazione della non-libertà” (Eros e Civiltà, 1955).

In tale soluzione di liberazione attraverso la condensazione dell'immaginazione nella sua forma artistica risiede l'originalità di Marcuse, soprattutto rispetto a Reich, ma anche il suo principale limite, a parere di chi scrive. Da un lato, Marcuse supera la mera pulsionalità sessuale di Reich, poiché la liberazione che propone è una liberazione dell'Eros, inteso come piacere estetico e come immaginazione creativa, e non una mera liberazione dell'impulso sessuale. D'altro canto, questa liberazione non è altro che una forma di sublimazione. Non stupisce infatti che proprio in Eros e Civiltà Marcuse si “riappacifichi” con Freud, dopo averne pesantemente criticato i connotati repressivi e reazionari del suo sistema psicoanalitico, quando dichiara che “la metapsicologia di Freud restituisce all’immaginazione i suoi diritti”. Questa idea ci porta molto lontano dai canoni materialisti attraverso i quali il marxismo analizza i fenomeni sociali, e le possibili vie d'uscita dal capitalismo, e di fatto depotenzia le energie rivoluzionarie, allo stesso modo nel quale la sublimazione freudiana neutralizza l'energia potenzialmente eversiva della pulsione sessuale che risale dall'inconscio. D'altra parte, il motto “l'immaginazione al potere”, adottato dagli studenti del '68, proprio sull'onda degli scritti di Marcuse, sebbene abbia condotto a straordinarie conquiste di eguaglianza sociale e di liberazione, non ha consentito a tale movimento di uscire dal quadro del capitalismo. E sappiamo bene che il capitalismo è sempre in grado di distruggere le concessioni sociali fatte in un determinato momento storico. La cronaca recente ce lo sta dimostrando. Non si può che concludere che il pensiero di Marcuse, alla fine, non conduce ad una liberazione definitiva dell'uomo unidimensionale dalle sue catene.

Erich Fromm, altro eminente esponente della scuola di Francoforte, nonché psicoanalista di professione, si colloca al di fuori del sistema “socialmente deterministico” prefigurato dalle analisi della psicologia di massa di Reich e dello stesso Marcuse. Fromm, infatti, forse per la sua stessa formazione di psicoterapeuta, restituisce all'individuo ciò che è dell'individuo: la libertà/responsabilità di scegliere, anche la libertà di scegliere se esercitare la sua libertà stessa, o delegarla a sistemi totalitari (fuggendo quindi dalla libertà). Tale libertà, per Fromm, non è totalmente determinata (anche se ovviamente è pesantemente condizionata) da sistemi sociali e politici repressivi, che la negano alla radice, come nel pensiero di Reich e di Marcuse, in quanto, nonostante la repressione esercitata dall'ambiente, esistono ancora gradi di autonomia nella scelta individuale. Anche egli parte da una critica di Freud, ma su basi parzialmente dssimili rispetto a Marcuse e Reich.

Alla base della sua critica a Freud vi è, certo, che la psicoanalisi individuale non considera i condizionamenti ambientali esterni all'individuo, ed in questo l'analisi delle caratteristiche psicologicamente repressive del capitalismo di Fromm è simile a quella dei precedenti autori esaminati, in particolare a Marcuse. Anche in Fromm vi è un'analisi del capitalismo come sistema di produzione di desideri e bisogni artificiosi, che spinge l'individuo nella schiavitù della produzione per l'accumulazione di cose e del consumismo compulsivo, sviandolo da un lavoro creativo necessario per la piena autorealizzazione, e quindi per una società più “umana”. In questo l'accusa, fatta anche da Marcuse a Fromm, di rimanere nel solco del conformismo borghese, e di non essere un marxista, è errata. Fromm in realtà rilegge Marx ponendo l'attenzione non tanto sulla lotta di classe, quanto piuttosto sulle istanze libertarie e umanistiche contenute nei principi fondativi di una società comunista. Fromm dirà che Marx evidenzia la differenza che c'è fra una società i cui principi sono basati sull'accumulazione di cose, e che quindi è fondata sul profitto e l'accumulazione di capitale, ovvero di lavoro morto (il capitalismo, quello che Fromm definisce come “civiltà dell'avere”) ed una società imperniata sull'attività creativa e libera del lavoro vivo, e quindi fondata su un principio umanistico di realizzazione dei bisogni fondamentali dell'uomo, che ne definiscono l'autorealizzazione (la “civiltà dell'essere”, ovvero il comunismo).

In particolare, una società “umana” dovrebbe consentire ai suoi componenti la soddisfazione dei cinque bisogni immanenti alla natura umana fondamentale, che per Fromm possono così definirsi:

1) Il bisogno di relazioni.

2) Il bisogno di trascendenza, che consiste nel tentativo costante di elevazione attraverso la propria creatività; questo bisogno può essere rintracciabile anche qualora prenda strade di distruttività.

3) Il bisogno di radicamento, di sentirsi “appartenente” al mondo; in questo Fromm individua i sentimenti di fratellanza e amicizia.

4) Il bisogno di identità che spinge l’uomo ad individuarsi trovando una propria collocazione nella società in cui vive e nel gruppo in cui opera.

5) Il bisogno di un sistema di orientamento in cui l’uomo possa trovare i propri riferimenti per riuscire a comprendere il mondo ed integrarsi.

La costruzione di un simile assetto sociale richiede però un atto di volontà e di libertà, anche nel singolo individuo. Tuttavia, per l'uomo è più facile fuggire dalla sua libertà individuale, delegandola ad un sistema politico totalitario, nella misura in cui la libertà comporta il gravoso fardello della responsabilità di decidere assumendosene le cosneguenze, e perché la libertà stessa può comportare un isolamento dell'individuo dal suo contesto, specie se questo è caratterizzato, come nel capitalismo, da un elevato livello di repressione, e l'isolamento genera un fardello di angoscia. L'uomo cessa di essere un atomo isolato attraverso la libertà positiva con la realizzazione spontanea e completa della sua personalità.

In definitiva, Fromm supera, dopo averne accettate le premesse, il “meccanicismo psico/sociale” che caratterizza la visione di Reich e Marcuse (va rammentato che secondo quest'ultimo nel sistema repressivo stesso, prima ancora che nel singolo individuo, sono insite le potenzialità per la liberazione), per cui tutto è determinato dall'ambiente sociale che circonda l'individuo. Sebbene l'ambiente ostile sia fondamentale per determinare la società capitalistica dell'avere, la fuoriuscita da tale situazione castrante, per Fromm, dipende in larga misura dal libero arbitrio individuale. Egli propugnava un “socialismo umanistico”, basato sulla piena e libera partecipazione dei lavoratori alla gestione dei mezzi di produzione, lontano dai sistemi pianificatori, centralizzati e stalinisti che si andavano creando in Europa dell'Est, e che egli criticava per il loro autoritarismo burocratico. Un socialismo umanistico che ponesse alla base non un sistema, necessariamente autoritario e tendente alla burocratizzazione, ma l'individuo, con la sua capacità di amare, sé stesso (ovvero il suo personale processo di individuazione) ed il prossimo, ovvero il processo individuativo degli altri. In ciò emerge la seconda fondamentale critica a Freud: secondo Fromm, l'istinto di vita, creativo e libidico, è alternativo, e non parallelo, all'istinto di morte e distruttivo. Alcuni uomini vivono sotto la stella dell'istinto di vita, altri sotto quella dell'istinto di morte. Pertanto molto, nel processo costruttivo di una società socialista e libertaria, dipende dal singolo.

Forse questo ritorno al ruolo dell'individuo ed alla sua responsabilità personale nel voler essere libero ha attirato su Fromm le critiche di Marcuse, che vi vedeva un ritorno a forme di conformismo borghese, così come gli ha attirato le critiche di quei marxisti più ortodossi che, in nome del materialismo storico, portano il ragionamento rivoluzionario a livello di analisi del ruolo e delle dinamiche delle masse, e non dei singoli individui che le compongono. Tuttavia il grande merito della rilettura di Marx fatta da Fromm è stato quello di riscoprire la componente umanistica, libertaria, solidale con il prossimo (amorevole, direbbe il grande Fromm) e individualmente responsabilizzante che la visione della società comunista porta con sé, quando invece gran parte delle letture fatte su Marx si concentrano sulle sue analisi di sistema, ovvero sull'analisi dei rapporti sociali di produzione, o sulla lettura del sistema filosofico alla base del marxismo. Secondo A. Magnanimo, “è stata notata in Fromm una lettura di Marx nella quale i valori della vita, del lavoro liberato, dell'utopia e del Socialismo vengono contrapposti ai valori della morte, dello sfruttamento, dell'alienazione e del capitalismo”. Fromm crede che l'amore sia l'unica e soddisfacente risposta al problema dell'esistenza umana. L'amore, questo sentimento che per Fromm diviene il motore stesso della sua “rivoluzione umanistica”, significa fondamentalmente accentuazione della dignità e del valore dell'individuo. Questo amore rivoluzionario non può essere insegnato, bensì deve essere acquisito tramite uno sforzo continuo, disciplina, concentrazione e pazienza. E non è un caso che, nella sua opera più pessimistica e disincantata, ovvero “L'uomo ad una dimensione”, il più grande critico di Fromm, ovvero Marcuse, finirà per riconciliarsi con il suo avversario. Marcuse, infatti, arriverà a denunciare come falsa la liberazione sessuale, contrapponendovi una liberazione dell'amore ancora tutta da venire e persino da capire.

 

Riccardo Achilli

 

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