IL SESSANTOTTO GIAPPONESE (seconda parte) di Andrè Siciliani

Pubblicato il da giornaleproletariogarfagnino

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FINO ALL' ESTREMO ORIENTE NEL GIAPPONE

Nell' ambito sull' argomento del sessantotto che molti compagni sanno bene mi sembra particolarmente significativo porre all' attenzione dei compagni l' imponente movimento che investì anche il lontano Giappone nel 1968:La peculiarità del sessantotto giapponese discende in gran parte dalla situazione sviluppatasi nel paese dopo la sconfitta del 1945. 

In sostanza, la genesi e lo sviluppo del movimento studentesco sono intrecciati con le vicende del periodo di occupazione americana, con le scelte politiche del Partito Comunista Giapponese e con il problema dei rapporti tra il Giappone e gli Stati Uniti, dopo il ritorno all'indipendenza.

 

Il Giappone dal 1945 al 1952 fu sottoposto ad un regime di occupazione militare da parte degli americani. Il paese venne privato dei territori che si era annesso nel corso dell'ultimo secolo, e cioè delle isole Curili a Nord (che passarono all'URSS) e delle isole Ryukyu a Sud (che passarono sotto l'amministrazione americana, per poi tornare al Giappone nel 1972). Naturalmente, il Giappone perse anche Formosa, la Corea, la Manciuria e le conquiste ottenute durante la II Guerra Mondiale.

Gli americani tennero verso il paese vinto, inizialmente, un duplice atteggiamento. Da un lato, intendevano punire gli uomini politici giapponesi per le loro colpe passate, che avevano condotto alla guerra. Dall'altro volevano modificare le strutture economiche e politiche del paese in modo da rendergli impossibile riprendere, in futuro, la sua vecchia politica espansionistica. Molte persone vennero condannate a morte o a pene detentive come "criminali di guerra". 200.000 giapponesi vennero "epurati", e cioè allontanati dalle loro cariche a causa delle loro passate responsabilità politiche e complicità con i militaristi. Al paese venne imposta una nuova costituzione, che limitava il potere dell'Imperatore rendendolo pressochè simbolico. Si decise anche che gli zaibatsu dovevano essere tutti smantellati, e si preparò un elenco di 1200 imprese industriali da abolire. Naturalmente, i giapponesi non vedevano di buon occhio tutte queste iniziative. La maggior parte di loro aveva molto sofferto della guerra, e non c'era quasi famiglia che non avesse avuto un morto, un ferito o un mutilato. Molti di essi odiavano chi li aveva trascinati in un'avventura crudele ed irresponsabile. Ma avrebbero voluto essere loro a punire i vecchi fascisti, i grandi industriali che avevano voluto la guerra per aumentare i propri profitti. Che a farlo fossero, invece, degli stranieri, feriva il loro amor proprio, il loro orgoglio nazionale, e faceva loro sperare una futura rivincita.

Il Giappone stentava a sollevarsi dalle rovine della guerra. La situazione economica era disastrosa: per fare un esempio, l'acciaio cadde da 7.500.000 di tonnellate prodotte nel 1943 a 750.000 prodotte nel 1946. In un paese dalle città semidistrutte e dalle fabbriche chiuse ritornavano in massa, nella vana ricerca di un lavoro, coloro che erano emigrati nei territori un tempo occupati e i soldati, ormai laceri e vinti, di quello che era stato un grande esercito conquistatore.

 

La fame e la disoccupazione tormentavano la popolazione. Manifestazioni, scioperi, occupazioni di miniere o di fabbriche, marce di protesta erano represse con durezza.

Nel 1948, a causa del prevedibile successo del Partito Comunista Cinese, nella Guerra Civile Cinese(1946-1949), il Giappone si trasformò per gli Usa da paese nemico in potenziale alleato nel cruciale scacchiere asiatico. Una "inversione di rotta" che divenne palese con lo scoppio della guerra di Corea. In altre partole, era meglio avere un alleato fedele e potente pittosto che un paese indebolito, insoddisfatto ed ostile e infatti gli americani decisero di non processare Hirohito e la famiglia imperiale per crimini di guerra,per tenerli al potere in funzione anticomunista. Nel 1949 ci fu, da parte delle forze americane e del governo giapponese, la "purga rossa", ovvero i licenziamento di 12.000 lavoratori di simpatie comuniste.

D'altra parte, il partito socialista, quello comunista e i sindacati ad essi collegati, anche a seguito di molteplici interventi repressivi voluti dal comando di occupazione e dal governo giapponese, non seppero elaborare strategie vincenti per una rivoluzione socialista in Giappone, né individuare obiettivi politici comuni,anzi il PCG elaboro la teoria dell "instaurazione del socialismo conquistando la maggioranza ed è possibile conquistarla anche sotto occupazione alleata" una teoria che ha tradito uno sbocco rivoluzionario nel Giappone del dopoguerra. Una eredità che avrebbe pesato anche dopo il 1952, quando il paese recuperò la sua indipendenza.Ci fu nel 1953 lo storico sciopero degli operai della Nissan, durato sei mesi e che si è conclusa con una drammatica sconfitta, in cui da questo sciopero nacquero i ben noti sindacati d' impresa giapponesi, ben diversi da quelli confederali occidentali, e nel 1960 ci fu lo sciopero nelle miniere di carbone Miike, di proprietà della Mitsui, in Kyushu, a causa di rivendicazioni salariali respinte e l' intenzione di effettuare licenziamenti, visto che la triade di ferro governo-burocrazia-imprese,intendevano sostituire il carbone come principale fonte energetica del paese, con il petrolio importato. Si trasformò in un braccio di ferro fra lavoratori e l' azienda, sostenuta dal governo. I padroni ingaggiarono veri e propri criminali, incaricati di interrompere lo sciopero, e un' operaio venne pugnalato a morte, mentre il governo, decisamente schieratosi con l' azienda, fece intervenire il 10% delle forze di polizia nazionali, più per affrontare i lavoratori che i criminali.

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