Stalinisti e altri partigiani di Gheddafi ovvero nessun marxista scrive al colonnello! di Lorenzo Mortara

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STALINISTI E ALTRI PARTIGIANI DI GHEDDAFI

OVVERO NESSUN MARXISTA SCRIVE AL COLONNELLO!

 

 

Invece di cominciare dove si è interrotto il marxismo, cioè circa un secolo fa, per provare a risalire la corrente, la maggior parte dei compagni resta fulminata vedendo spuntare da lontano la bandiera monarchica, dimenticando così la relatività delle cose. Pretendono che le masse si ribellino col Capitale in una mano e la bandiera rossa nell’altra. Sarebbe bello se fosse così, non ci sarebbe bisogno di alcuna rivoluzione, perché l’avremmo già fatta attraverso quella metafisica delle coscienze. È strano come certi “marxisti”, non solo pretendano la rivoluzione delle coscienze, ma pretendano pure che avvenga nell’epoca del più spaventoso arretramento storico della coscienza di classe. Purtroppo per noi, indietro di un secolo come siamo, la bandiera di Re Idris mischiata con gli striscioni per l’eroe Omar Al Mukhtar, anche se non è propriamente quello che vorremmo vedere, può essere benissimo un progresso rispetto a un dispotismo medioevale come quello di Gheddafi. Soprattutto se si pensa, tanto per fare un esempio, all’abuso “colonialistico” che il regime ha fatto di un eroe come Omar Al Mukhtar, spacciato come simbolo libico, quando in realtà fu un combattente che scrisse la sua epica per la sola Storia della Cirenaica.

Ad ogni modo, le bandiere rosse verranno dopo, sempre che verranno, perché con compagni così schizzinosi è già tanto se riusciremo a metterle nell’ultima delle piazze libiche.

I rivoluzionari, a differenza dei normali comunisti, si riconoscono dal fatto che osservano dal basso i processi storici. La maggior parte dei comunisti, al contrario, non son capaci di far altro che vederli dall’alto, è più forte di loro, proprio per questo sorvolano sempre sui processi rivoluzionari in corso. Non sono interessati al movimento vivo delle persone, ma dai retroscena della loro fantastoria di cui fanno incetta di pettegolezzi come fossero chissà quale reliquia. Da questo punto di vista non si distinguono molto dagli stalinisti. Non vedendo le masse, gli stalinisti non riescono a relazionarsi alla classe operaia, ma sempre e solo a questo o quel gruppo di potere. Di conseguenza, in Libia lo scontro non è più tra masse da una parte e dall’altra, ma tra Nato e Gheddafi. E siccome Nato vuol dire imperialismo, ilcampo stalinista antimperialista grida Viva Gheddafi, cioè Viva l’imperialismo del giorno prima! L’estremismo di sinistra, altrettanto incapace di veder le masse, ma non potendo però urlare le stesse cose degli stalinisti, gridaAbbasso i tagliagole di Bengasi, Abbasso l’imperialismo del giorno dopo!Entrambi restano alla stessa distanza dalla rivoluzione, gli uni a destra, gli altri a sinistra, ognuno a girare come una trottola su sé stesso. Li accomuna l’idea della Storia fatta a complotti e la comune ricerca di inutili scartoffie e ciance che comprovino la complessa dietrologia che hanno in testa al posto della semplice osservazione diretta degli eventi.

Per il marxismo rivolte, sommosse e processi rivoluzionari, sono creati con una certa frequenza dalle contraddizioni stesse del sistema capitalista. Non solo, l’esperienza ci ha anche insegnato che in genere una rivolta tira l’altra. Quel che è successo in Libia quindi non dovrebbe stupire nessun compagno, anzi dovrebbe essere salutato come l’ennesima conferma della nostra meravigliosa dottrina. Ma se per la nostra dottrina basta l’aumento della miseria e dello sfruttamento a generare quel che abbiamo sotto gli occhi, per stalinisti ed estremisti questo non sarebbe possibile senza il finanziamento dell’imperialismo! Ribaltata la nostra dottrina, per i marxisti a testa in giù, sono i soldi a generare le sommosse, non la loro mancanza! La cosa è doppiamente ridicola, nel caso libico, perché ci troveremmo di fronte all’imperialismo che finanzia qualcuno per aizzarlo direttamente contro sé stesso! La verità è che i soldi l’imperialismo non li usa per finanziar rivolte e rivoluzioni, semmai per corromperle. Non è la stessa cosa. Questo, infatti, è il motivo per cui l’imperialismo s’è precipitato in Libia: per mettersi alla testa della Rivoluzione prima che degenerasse – dal suo punto di vista e non dal nostro – in qualcosa di progressista o addirittura di socialista. L’imperialismo, proprio come tutti padroni, ha scaricato immediatamente il suo alleato Gheddafi, quando ha avuto paura, sottovalutandolo, che non fosse più in grado di tenere sotto controllo le masse. Quando poi ha visto che non era così spacciato come credeva, ormai era troppo tardi per tornare indietro e perdere la faccia. La partita, anche se gli imperialisti si sarebbero accontentati di un pari e patta a tavolino, doveva a quel punto essere giocata accettando l’imprevedibilità del risultato. Invece di trarre lezioni dai nostri avversari, partigiani di Gheddafi e sputasentenze contro Bengasi, preferiscono continuare a fare i cattivi maestri del marxismo. Che cosa dovrebbe insegnare ai giovani marxisti il repentino intervento Nato in Libia? Che appunto non c’è rivolta che possa sfuggire ai borghesi, dove ci sono masse ribelli, i borghesi vi si fiondano come falchi per prenderne la direzione. Se la direzione di Bengasi è caduta subito sotto il controllo imperiale, significa che a contrastarla c’erano tutti tranne noi comunisti. Quanto più sono lontani i comunisti, tanto più è facile per i borghesi prendere la testa delle masse. Tutto qui. È normale, come detto, che i comunisti si trovino a cento anni di distanza dalla Bengasi in rivolta di oggi. Se è normale quindi che non si riesca a recuperare, in un paio di mesi, un secolo di ritardo storico del partito, è però assurdo che non si riesca accorciare manco di un passo, lo spazio di distanza che ci separa da Bengasi. Invece è proprio così, mentre i borghesi si immischiano subito in una cosa così sporca come la rivoluzione, settari e altri degni compari, se ne lavano le mani a distanza per poi ovviamente sputare sui mercenari di Bengasi, senza rendersi conto che una direzione borghese era pressoché inevitabile, visto che un’altra non poteva esserci, in quanto oltre al ritardo storico del partito, si è aggiunto il ritardo permanente di metà della sua avanguardia che una prospettiva storica non sa manco cos’è.

Fin dalle prime battute della rivolta, la documentazione per informarsi e comprendere la dinamica in Libia non è mancata. Solo in Italia abbiamo avuto un intero numero di Limes2 dedicato all’argomento. Naturalmente trattasi di informazione borghese da prendere con le molle. Per questo abbiamo avuto a supporto parecchio materiale di provenienza marxista. Quello che emerge è presto detto. Come ha sottolineato Del Boca, il rancore contro il tiranno covava da lungo tempo, particolarmente nelle zone più depresse della Cirenaica che poi hanno dato il là alla rivolta. Non si aspettava altro che una scintilla. Non appena scoccata, un 30% circa dei militari si è staccato e ha preso le distanze dal regime, schierandosi dalla parte degli insorti3. Come ogni rivoluzione che si rispetti, anche quella libica ha rispettato il copione, con buona parte della guardia del regime che è passata dalla sua difesa all’attacco. Anche nell’Ottobre, l’armata rossa fu formata con buona parte dei vecchi quadri zaristi. Che c’è di strano? Quello che è strano è pretendere che da quadri simili escano eroi del socialismo. Ma non essere eroi del socialismo, non vuol dire essere automaticamente dei nemici. In ogni processo rivoluzionario si rischia la pelle, e questo dovrebbe bastare per non ridurre tutto a un complotto di mercenari. Venduti quanto si vuole a Bengasi, ma non certo privi di palle. I compagni da salotto che gli sputano addosso belli comodi e in pantofole da quaggiù, dovrebbero mostrare più rispetto per chi ha avuto comunque il coraggio di mettersi in gioco. Vendersi per comprarsi una bara non è tipico dei mercenari, ma dei mercenari cretini. Se hanno rischiato anche la vita, è segno che forse i mercenari di Bengasi non sono così privi di valore come li dipingono i loro critici. Sia come sia, staccatisi dal Rais dopo averlo servito per anni, i “tagliagole” di Bengasi non potevano andare molto più in là di un semplice cambio del regime. E come il vecchio regime era corrotto dall’imperialismo con cui trafficava, anche i nuovi aspiranti al comando qualche legame dovevano avercelo. Ma non basta pagare un pugno di militari per sollevare una città con più di un milione di abitanti come Bengasi. Chi crede che sia solo una questione di soldi, dovrebbe spiegarci perché l’imperialismo non ricorre in ogni momento a un simile espediente? E la risposta è semplice: perché per mettere i suoi uomini alla testa di una rivolta, c’è bisogno prima che delle masse insorgano. E le masse l’imperialismo non le può sollevare a comando. Bengasi, sollevatasi spontaneamente, si è subito trovata di fronte un problema di organizzazione, per la semplice ragione che la dittatura, tra le altre cose, ha spazzato via ogni forma organizzativa delle masse. Non c’è quindi da stupirsi che il coordinamento dei primi comitati rivoluzionari sia stato preso immediatamente in mano da quell’unico pezzo di organizzazione che si è staccato dal regime. Il contrasto subito sorto tra la direzione di Bengasi e la sua base, dovrebbe già bastare per prendere come genuina la rivolta. Mentre la base spingeva per un rovesciamento anche sociale del regime libico, la direzione ha incanalato la lotta verso un rovesciamento solo politico4. Non potendo puntare più di tanto sulle masse per questo, forte della sua presunzione, la direzione di Bengasi, dando per finito il Rais, ha concentrato sempre più il suo scontro in un duello puramente militare. Arrivata alle porte di Tripoli si è però arenata. Gheddafi non era così solo come poteva sembrare.

 

DI LORENZO MORTARA

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